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Intervista a Claudio Gucchierato

Proseguiamo la nostra serie di interviste per conoscere meglio gli artisti con cui collaboriamo: oggi presentiamo la storia di Claudio, percussionista veneziano con una lunga esperienza, fondatore con Daniele Galletta dei Freve da Samba e due dischi registrati con noi, Afro Brasil e Canta Topazio.

RFB: Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della musica e quali artisti ti hanno maggiormente ispirato?

CG: Con la musica ho iniziato negli anni ’80, ascoltavo molta musica, ma a livello percussivo ho preso come punto di riferimento un musicista napoletano, Tony Cercola, che all’epoca suonava con Edoardo Bennato.

In questa stanza è stato registrato il disco Afro Brasil

RFB: Il tuo primo strumento sono state le percussioni?

CG: Ho iniziato a circa 15 anni con le tastiere, facevo le prime note, poi nei primi anni ’80 ho iniziato con le percussioni ed ho seguito dei corsi di Musica Comparata presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Si studiava musica Indiana, Vietnamita, e molto altro; ma ciò che più mi ha spinto a “battere sui tamburi”, è stato appunto Tony Cercola: ricordo che vidi un suo concerto in campo S. Polo con Edoardo Bennato, suonava i primi bongò che si trovavano in circolazione, quelli marocchini fatti in terracotta. Mi colpì perché suonava questi tamburelli con due lattine del caffè attaccate con lo scotch, ma pur avendo uno strumento “povero”, aveva un buon suono, tanto è vero che i primi dischi di Bennato sono stati registrati così, da questo percussionista particolare.

Poi ho seguito altri percussionisti italiani: Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Karl Potter, che era un percussionista sempre della scena napoletana, e in seguito, verso il 1983 mi sono avvicinato alla musica Brasiliana. Ricordo che comprai i primi dischi a S. Barnaba dove c’era l’unico negozio che vendeva dischi particolari, etnici. Il primo è stato un album di Milton Nascimento, Sentinela. Dopodiché scoprii il grande Nanà Vasconcelos e il berimbau, ma ciò che mi ha fatto appassionare definitivamente è essere stato a Roma, nel 1983, per assistere ad un festival: “Bahia de todos os sambas” dedicato a tutti i musicisti bahiani.

Puntata in omaggio a Nanà Vasconcelos trasmessa da Radio Vanessa

RFB: Raccontaci come hai fatto ad assistere al festival da un punto di vista privilegiato!

Si, è stato molto semplice: all’epoca, nel 1983, eravamo tre amici ed abbiamo fatto la prima trasmissione in assoluto di musica brasiliana a Venezia, non dico dell’Italia, ma di Venezia sono sicuro che è la prima. Era una radio che si trovava a SS. Giovanni e Paolo, si chiamava Radio Antenna Veneta 102 e la trasmissione Canta Brasil. Facendo parte della radio, avevamo un pass, con il quale si poteva, all’epoca, andare a vari concerti, magari domandare qualche accredito, e quando siamo arrivati alla biglietteria del festival siamo stati fortunati perché nonostante Radio Antenna Veneta non fosse una radio famosissima a livello nazionale, comunque ci ha permesso di ricevere non un abbonamento per il festival, ma addirittura un pass per poter entrare liberamente tutti i giorni.

Registrando


Noi tre siamo andati a vedere le prove, passavamo tutto il giorno dentro il Circo Massimo e vedevamo artisti del calibro di Dorival Caymmi, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Naná Vasconcelos, Jorge Ben, Gal Costa, João Gilberto, Moraes Moreira, insomma i più grandi dell’epoca. Poi, dato che questo festival è stato considerato il più importante di musica brasiliana al mondo (senza contare il Brasile, ovviamente), girarono un film che è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, e dato che noi eravamo sempre lì ad assistere, siamo stati anche ripresi!
Dopo questa esperienza incredibile, ho deciso di visitare il Brasile per la prima volta, nel 1984.

RFB: Come nasce il disco Afro Brasil?

CG: Quando, appunto, sono andato in Brasile, ho avuto la fortuna di poter viaggiare parecchio perché all’epoca il cambio era favorevole, e sono rimasto cinque mesi. Sono partito da Fortaleza, nel nord del Brasile, e sono arrivato fino a Santos, percorrendo tutta la costa. Arrivato a Salvador de Bahia, mi sono fermato un mese, poi sono tornato lì l’anno seguente per otto mesi, poi dopo un mese in Italia sono tornato nuovamente, questa volta per un anno e mezzo. Ho avuto la fortuna di partecipare ad un laboratorio che si chiamava Oficina de Investigação Musical, un laboratorio di un musicista famoso, Bira Reis, uno studioso di musica brasiliana, proprio un ricercatore.
Così, stando tanto tempo a Bahia, risulta impossibile non entrare in contatto ed appassionarsi al mondo dell’Afro Brasil, perché lo vivi. Bahia è una città molto viva, molto musicale; per essere una città di due milioni di abitanti, molto piccola rispetto Rio de Janeiro e S. Paolo, l’africanità è molto viva, qui c’è la più grande comunità afro-americana del continente. A Bahia ci sono i migliori bloco-afro del paese: Olodum, Ilê Aiyê, Araketu, Muzenza.

Dimostrazione di Capoeira in spiaggia al Lido di Venezia


Inoltre c’è un’influenza molto forte che è la religione afro-brasiliana, il Candomblé, una religione presente in tutto il Brasile ma nata a Bahia dagli schiavi africani, la cui presenza si sente per le strade, nell’atmosfera.
Essendo un tipo molto curioso, mi sono ritrovato in un terreiro, un luogo dedicato al culto di questa religione, ed ho potuto assistere a delle cerimonie ed ho conosciuto una Baba Orixàs. Grazie a lei, ho conosciuto meglio il mondo del Candomblé, ho partecipato a dei riti, ma, essendo un mondo vastissimo, presto mi sono reso conto che avrei fatto fatica a conoscere tutto, in maniera approfondita.
Qualcosa, però, sono riuscito ad imparare lo stesso, e mi è venuta questa idea di incidere e grazie ad Emiliano Alberti ed alla RedFishBlues sono riuscito a realizzare questo disco.

RFB: Ricordo che avevi un libro con la trascrizione di tutti gli strumenti per eseguire molti ritmi di Candomblé, li stavi studiando e volevi sentire come avrebbero suonato tutti assieme, come si sarebbero incastrati l’uno con l’altro, e lo abbiamo fatto adottando una tecnica che di solito è usata per la musica elettronica: campioni e loop.

CG: Si, avevo trovato questo libro che mi ha molto aiutato, perché i ritmi del Candomblé sono tramandati per via orale, non c’è niente di scritto. Perciò, o partecipi ai riti tutti i giorni, oppure, per fortuna, c’è qualche percussionista che ha trascritto i ritmi, e così grazie a loro ho potuto impararli e realizzare il disco, Afro Samba.

RFB: Produrre il disco è stato interessante perché il risultato è un mix tra Candomblé e musica elettronica

CG: Esattamente, ma questo mix già esisteva, ci sono già state delle fusioni, per esempio il Candomblé ha rivoluzionato la tecnica di suonare il pandeiro. Un pandeirista famoso, Marcos Suzano, è riuscito a portare nel pandeiro la tecnica degli Atabaque, cambiando per sempre l’evoluzione dello strumento.

RFB: Come sei entrato nel mondo della Capoeira?

CG: Sempre quando ero a Bahia, luogo di nascita della Capoeira, da dove poi si è diffusa in tutto il Brasile. Come per il Candomblé è impossibile non notarne la presenza nelle strade, nella vita quotidiana.
Ho avuto la fortuna di avvicinarmi perché, tramite la mia compagna, ho conosciuto Mestre Dinho, il fondatore del Grupo Internacional de Capoeira Topazio che è uno dei gruppi più importanti a Bahia.
Sono entrato in questo mondo attraverso la musica, perché non pratico lo sport, ma indirettamente è come se lo facessi, e mi è stato impossibile non venirne coinvolto perché lì dove abitavo, c’era il gruppo di Capoeira che si riuniva al piano superiore.

Essendo appassionato di percussioni, ho provato i vari strumenti ed anche quello che per me sarebbe diventato il più importante, il berimbau, non solo a livello musicale ma anche a livello spirituale. Suonarlo, per me, è una specie di yoga, la ripetizione di un mantra. Uno strumento magico, ma che ancora oggi non è conosciutissimo al di fuori della Capoeira,
Pochi anni fa abbiamo fondato un Grupo di Capoeira Topazio a Venezia, così ho avuto occasione di suonarlo di più, di insegnare a suonarlo agli allievi che vengono in palestra, è diventato parte del mio quotidiano, magari una volta suonavo il berimbau solo ogni tanto, adesso tutti i giorni.

RFB: In cosa credi?

CG: Ultimamente è molto difficile credere a qualcosa. Ma ognuno, comunque, lo fa, e può dare un nome a questo qualcosa: Dio, Oxalà, Maometto. Anch’io credo a qualcosa di superiore, ma non in termini cattolici, è la manifestazione della Natura che mi fa credere così: vedere una tempesta, o un terremoto, mi fa capire quanto siamo piccoli nell’universo.