Durante dieci anni di attività abbiamo avuto il piacere di collaborare con vari artisti, molto diversi fra loro ma con il fine comune di esprimere il proprio pensiero musicale attraverso composizioni originali. Con una serie di interviste vi stiamo presentando ad uno ad uno questi artisti. Continuiamo con Sara Bruxada.

RFB: Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della musica?
SARA: Il primo passo è stato il flauto delle medie. Il mio era in legno per fortuna. Riuscii a trascrivere “The lion sleep tonight” ad orecchio, ma il professore, De Lazzari da Campalto, non mi diede mezza soddisfazione. Chiesi ai miei un sax per colpa di Lisa Simpson e mi regalarono una tastiera Bontempi che mai imparai a suonare. Le mani su un tamburo le ho messe per la prima volta all’ITIS, grazie ad un corso organizzato dal vicepreside su pressione psicologica di me ed un amico. Poi Venezia, con la Banda da rio prima e poi la scoperta della musica brasiliana con i Freve da Samba.
L’Africa però non l’ho mai mollata e mi ha presa per mano con i Mamafolì e l’eclettica Jennifer Cabrera Fernández, la quale mi ha insegnato moltissimo e con la quale oltre ad una buona amicizia ci sono state meravigliose collaborazioni ed esperienze.

RFB: Chi ti ha ispirato nella tua carriera?
SARA: Carriera? Quale carriera? Considero la musica una cura per me stessa e per gli altri, un cammino. Lungo il cammino mi hanno ispirata e mi ispirano molti musicisti umili ma grandissimi che ho conosciuto negli anni, ma non per il prodotto finale, più che altro per l’approccio. Se invece parliamo di influenze… ho ascoltato talmente tanta musica diversa che non saprei da dove cominciare. Magari un giorno butto fuori un disco dance anni ’90, va saver! Se devo dirne alcune il reggae, l’ hip hop, la musica brasiliana (solo con questa non bastano 10 vite) e latinoamericana, il funk e la musica africana (tradizionale e non).
Pitura Freska e Freve da Samba mi hanno reso più serena nell’uso del dialetto, mia lingua madre e di mia madre. La prima in assoluto, quella del cuore. Spagnolo e portoghese invece son quelle dell’anima. L’italiano mi impalla, non so ancora bene per quale motivo.
RFB: Parlaci di com’è nato il tuo primo disco Bruxaria.
SARA: Più che un disco, un parto direi. Però xe venio un bel puteo grazie alla collaborazione di moltissimi amici e musicisti conosciuti negli anni. È nato tirando fuori dal cilindro alcune liriche che Daniele Galletta ha sapientemente arrangiato, credo sia partito quando ho sentito l’arrangiamento di Sonho e mi son detta: “Dai, femo!”. È stata una faticaccia autoprodursi, autopromuoversi ma nel mondo attuale funziona così, anche se per come la vedo io sta diventando tutto asettico e sempre più di plastica con l’uso dei social e compagnia.

RFB: Se non avessi fatto la musicista cosa pensi avresti fatto nella vita?
SARA: Non mi considero una musicista. Il musicista per me è quello che si sveglia la mattina e prende lo strumento, o comunque quotidianamente suona, si esercita e cresce. Io non ho questa dedizione, amo la musica, mi è necessaria, ma non sono una musicista. Quindi probabilmente starei facendo esattamente quello che sto facendo.
RFB: Cosa ti ha fatto orientare verso il mondo dei bambini? Vuoi raccontarci di com’è nato il tuo ultimo progetto “Le avventure di Zè e Pandeiro”?
SARA: Il progetto è nato grazie a Bubi Staffa, mio maestro di pandeiro, che a suo tempo mi disse: “Perché non scrivi un libro per bambini?”. Gli risposi: “Ci posso provare!”. Mai avevo scritto qualcosa per i bimbi, ma sono una delle mie poche speranze a sto mondo! Voglio dire, il futuro è nei loro cuori, perché non fargli un’iniezione di musica, leggende ed incontri volti all’apertura mentale in questi tempi oscuri? Ho scelto il pandeiro perché, come dice Bubi, è uno strumento universatile, che può aprire un sacco di porte, di mondi e di menti (se ben disposte ovviamente!). E da lì la decisione di ambientare i brevi racconti in luoghi differenti di cui però avrei dovuto poter produrre la musica. Mi sarebbe piaciuto ambientarne uno in Giappone ma dove lo trovavo uno che suona il kodo nei dintorni?
Nasce come libro, illustrato da Daria Tommasi, a cui le musiche sarebbero state associate tramite codice QR. Poi durante il delirio della quarantena ho pensato di farlo animare e Caterina Zampedri ha svolto un lavoro eccellente. Abbiamo in programma altri progetti, ma… portate pazienza che ghe xe più giorni che luganeghe. Anche in questo caso è tutto autoprodotto, la voce narrante l’ho registrata nel vecchio forno di verniciatura di mio padre perché abitando ora davanti ad una provinciale dove corrono come pazzi, è l’unica maniera per non sentire camion, bus e mezzi vari ed eventuali come sottofondo. Le musiche sono per la maggior parte autoprodotte, a parte la traccia del Capitolo 3 gentilmente concessa da Fabio Lazzarin, e parte di quella del Capitolo 5, concessa da Arturo Ramón.
Ormai siamo all’ultimo episodio, non perdetelo mi raccomando!
RFB: In cosa credi?
SARA: “Credevo xe da mona” (Nono Maam cit.). Ho riflettuto molto su questa perla del mio caro amico Nono (Nicola Lenzi ndr) ed ha ragione. Credere di questi tempi conviene ancora meno, è un verbo pericoloso. I fatti dicono molte cose, poi ognuno le interpreti come vuole, ad esempio come ho fatto io con questa domanda.
Bene, dopo questa piacevole chiacchierata, ringraziamo Sara per averci raccontato la sua storia nella musica e aspettiamo con curiosità i suoi prossimi lavori. Ringraziamo voi lettori per averci seguito in questo breve viaggio attraverso le parole di un’artista davvero speciale e vi rimandiamo alla prossima intervista che uscirà…