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Intervista a Radio Base Venezia

Lunedì 9 giugno, alle 10 di mattina è andata in onda su Radio Base Venezia l’intervista a RedFishBlues. In 10 minuti ho spiegato come è nata l’etichetta, l’origine del nome, e ho parlato della Banda da rio e il carnevale.

Grazie a Steve Giant per avermi invitato, è stata un’esperienza emozionante, e sicuramente ci saranno altre occasioni per andare in radio a presentare progetti futuri.

Intervista a Davy Freeman

RedFishBlues presenta un cantautore di origini mantovane ma con il cuore altrove. Le sue influenze principali sono il roots reggae, il rock, la musica brasiliana e la musica soul.

Il primo frutto di questa collaborazione è un videoclip girato per il brano Rise Up, in uscita venerdì 25 ottobre alle 7:00 am, all’alba.

Davy nella valle dei mulini

RFB: Ciao Davy, in che modo le tue esperienze passate ti hanno portato a scrivere un brano come Rise Up?

DF: Ho vissuto in Brasile per 3 anni qualche tempo fa, nella città di Vitória, sud est della costa. In quei luoghi ho cercato e incontrato diversi musicisti, tra cui una band di roots reggae che era molto interessante perché mescolava la musica in levare con diverse influenze afro-brasiliane, per esempio ritmi come il Congo Capixaba, la Capoeira e il Maracatù. Parallelamente ho fatto una percorso di ricerca spirituale entrando in contatto con le tradizioni religiose afro brasiliane tra cui l’Umbanda ed il Candomblé, le quali sono anche filosofie spirituali che hanno come fondamento il culto delle energie della natura, ossia gli Orixas, e il loro rapporto con l’uomo.

Davy Freeman

RFB: domani esce il brano Rise Up su Spotify e su tutte le maggiori piattaforme, ma c’è anche l’uscita del videoclip che abbiamo girato insieme. Raccontaci qualcosa al riguardo.

DV: ho scelto un luogo che esprime l’essenza stessa del testo che ho scritto. Ovvero un sentiero nel bosco lungo il torrente che solca la valle dei mulini a Costermano del Garda. Qui si manifestano tutti gli elementi spirituali della natura, ed è in questo luogo di purificazione e nutrimento che ho scelto di ambientare il videoclip.

RFB: cosa pensi di fare in futuro?

DV: in passato ho sempre fatto parte di complessi musicali, tra cui Officina Reggae, una band che continua ad esistere e suonare, ma ho preso la decisione di intraprendere un percorso da solista ed incidere i miei brani in collaborazione con vari produttori tra cui Mr Woodwicker, Musou Sound e RedFishBlues. Presto usciranno nuovi brani.

Il videoclip

Rimorchiatori

Il 2023 è un anno carico di sorprese, e RedFishBlues ha l’onore di distribuire digitalmente su Bandcamp e su YouTube la discografia dei Rimorchiatori, due dischi di brani originali ed uno dal vivo registrato a S. Francesco della vigna.

Il retro del CD

I Rimorchiatori sono una band Rock’n’roll veneziana, con ritmi swinganti e testi molto ironici di vita vissuta e anche di denuncia sociale, il tutto cantato in dialetto e in italiano.

Per conoscere meglio il primo disco, appena uscito, facciamo due chiacchiere con Bebo, contrabbassista e fondatore del gruppo.

Bebo

Rfb: Come ti è venuta in mente un’idea del genere?

Bebo: Sono sempre stato appassionato di musica rock’n’roll degli anni ‘50, e suonando il contrabbasso, mi sono molto esercitato sulla parte ritmica di questo stile con la tecnica dello slap. Per far ballare il pubblico è necessario dare un buon groove di base.

Con una band precedente, gli All Inside, già dal 2008 suonavamo rockabilly ma principalmente cover, da lì mi sono reso conto che volevo scrivere pezzi miei, originali, così nel 2015 ho iniziato a scrivere dei brani che avevo già in mente. Testo, musica, stacchi, arrangiamenti… Poi ho pensato ad un nome, e Rimorchiatori mi sembrava collegato alla città, e quindi mi è piaciuta subito l’idea.

RFB: E gli altri?

Jacopo, Mattia, Corrado e Bebo

Bebo: Poi ho pensato di chiamare altre persone che potessero essere interessate al progetto, ed ho chiesto a Jacopo che pur avendo una voce hard rock ha una vena soul che gli permette di cantare il rock’n’roll molto bene, la chitarra di Mattia che ha una forte impronta blues che ci ci sta bene, e infine Corrado che si trova a suo agio in vari generi, oltre al rock’n’roll suona molto jazz. Ognuno di loro ha apportato un contributo fondamentale alla riuscita dei brani e dei dischi, perciò abbiamo mescolato varie influenze con il rockabilly classico, quello americano, ma contaminato da vari generi.

RFB: Avete fatto un ottimo lavoro nella creazione dei brani, si sentono il lavoro e le influenze di ogni membro della band.

Bebo: Fare il primo disco è stato divertente, e siamo riusciti a farlo abbastanza velocemente, perché volevo avere un lavoro immediato da poter associare al nostro spirito. Diciamo che il gruppo è nato in tre mesi, c’è stato affiatamento e siamo riusciti nell’impresa. Oggi, però, se potessi rifarlo, lo farei diversamente. Infatti quando abbiamo registrato il secondo disco, abbiamo avuto più tempo e ci siamo potuti dedicare di più ai dettagli, con un risultato nettamente superiore.

Dal vivo a S. Francesco della vigna

RFB: Beh si, anche se nel secondo disco (che uscirà a breve) si sente un miglioramento, devo dire che anche questo ha un bel sound.

Bebo: La differenza sta anche nelle idee, il primo disco è più collegato alla città, ai temi più immediati, quotidiani, che mi hanno sempre stimolato. Nel secondo disco mi sono allargato a temi più nazionali, e problematiche che interessano le città in genere.

Ringrazio Bebo per questa chiacchierata, e vi invito ad ascoltare il disco dei Rimorchiatori, già disponibile su BandCamp.

L’Africa in Giardino – The Admirals

Ciao a tutti! Parte da oggi L’Africa in giardino, un’iniziativa di RedFishBlues che mira a presentare agli abbonati di RastaSnob una serie di cd di diversi generi tutti discendenti dalla matrice della musica africana: dal reggae all’afrobeat, dal samba alla cumbia.

La prima uscita riguarda una reggae band di Treviso, i The Admirals, che presentano Sail For Tomorrow, il loro primo LP uscito nel 2019 e registrato presso l’Alter studio di Preganziol (Tv).

Rfb: “Chi sono i The Admirals?”

Admirals: “Siamo una band che si ispira ad artisti come The WailersLee “Scratch” Perry e Steel Pulse, e scriviamo testi che riguardano la sfera sociale e ciò che ci circonda. Che siano sotto forma di critica o di analisi, i testi delle nostre canzoni cercano di identificare le criticità e le possibilità di cambiamento di quelle stesse situazioni”

Rfb: “Avete nuove produzioni in cantiere?”

Admirals: “Il disco a cui stiamo lavorando ora sarà molto diverso dal punto di vista delle tematiche: non più un’attenzione verso ciò che ci circonda, ma, soprattutto dopo Moments, l’ep registrato e autoprodotto a distanza durante la pandemia, abbiamo rivolto lo sguardo verso la sfera interiore, sul “noi”. Questo disco sarà quindi un melting pot di storie e riflessioni su vari aspetti della condizione umana sia a livello personale che globale”

L’ultimo singolo prodotto dalla band

Rfb: “In questi anni avete suonato dal vivo in diversi luoghi, come avete recepito la risposta del pubblico?”

Admirals: “Nonostante la poca notorietà e (a volte) la nostra predisposizione a entrare in contesti non prettamente “reggae”, il pubblico non riesce a fare a meno di essere travolto dall’energia degli Ammiragli, possiamo dire con certezza che la maggior parte delle persone con cui abbiamo avuto modo di chiacchierare dopo un concerto, erano sempre rincuorate dalla nostra ricerca dell’originalità, del sound giusto e dall’energia travolgente al momento del concerto”

Rfb: “Parliamo di Sail For Tomorrow, il vostro primo disco e allegato a questo numero di RastaSnob

Admirals: “Siamo tutti sulla stessa barca, se vogliamo il meglio per noi stessi e quindi per gli altri, abbiamo una sola scelta: prenderne coscienza e remare assieme.”

Quindi godetevi il cd allegato, esattamente come stanno facendo Gedeone e Pistacchio, due simpatici abbonati che non vedono l’ora di accendere l’impianto ed ascoltare buona musica dalle casse e portare un po’ di Africa in giardino.

Fumetto di Jacopo Campi

Intervista a Vanderlei Da Silva

Torniamo con la nostra serie di interviste, oggi abbiamo il piacere di parlare con Vanderlei Da Silva, un gigante buono di Itabuna, Salvador De Bahia. Insieme abbiamo registrato Valente Criolo Bamba, un disco di cinque brani di musica Capoeira, di cui tre Regional: Criolo Bamba, Adeus Meu Mano e Negro Que Tem Dende, e due Ladainha, Cidade Conhecida e Mestre Gigante.

Quest’ultimo è l’unico brano che non è stato composto da Vanderlei, ma si tratta di una cover alla quale si sente legato, inoltre si tratta di un brano famoso, composto da Mestre Suassuna molti anni fa e cantato nelle rodas di tutto il mondo.

il disco

RFB: Ciao Vander, abbiamo registrato un disco di cinque canzoni di capoeira tradizionale scritte da te. In questo disco che ritmi ci sono?

VDS: Ci sono tre brani regional e due ladainha. La ladainha è un tipo di canzone e un ritmo di musica che viene cantato per il bisogno di raccontare un fatto accaduto, una storia vissuta, una persona che lascia questo mondo per l’altro per esempio. È una melodia che esprime un profondo lamento, che si dedica a quella persona o fatto.

Questa Ladainha (Mestre Gigante) non è mia, ma è una musica con cui mi identifico molto perché mi ricorda la storia di un capoeirista, un uomo guerriero, coraggioso

RFB: Un maestro speciale?

VDS: Speciale per alcuni, per altri no, come dice il proverbio: “Neanche Dio può accontentare tutti”. È speciale per quelle persone che si identificano con la sua musica, e per me è speciale perché mi piace.

Registrando a casa di Claudio

La musica Capoeira sempre trasmette un messaggio, è sufficiente che il capoeirista abbia le antenne. Il messaggio della ladainha è più emotivo, e quando hai un peso dentro di te, lei fa in modo che tu ti possa sentire connesso con quel fatto accaduto, lei te lo fa rivivere.

RFB: E le altre tre?

VDS: Le altre tre sono musiche che ho composto io, in stile regional. Anche loro sono molto ragionate, perché tutte le canzoni di questo disco esprimono una situazione interna alla capoeira, trasmettono un messaggio positivo per un nostro fratello capoeirista.

Per esempio Criolo Bamba, quando c’è quella parte dove dico:

Nel mondo della capoeira, ognuno ha il suo valore, senza che ci sia discriminazione, dimostrando il proprio splendore. Lo dicevano i grandi maestri, che la vita è passeggera, bisogna seminare l’umiltà perché nasca un buon capoeirista, Criolo Bamba”

Voglio dire che non c’è bisogno di essere il migliore di tutti: si può essere un buon musicista, un buon cantor, un buon jogador, ma se ci si sente un capoeirista, allora si avrà il proprio spazio nel mondo della Capoeira, perché si sta contribuendo in qualche modo. Ognuno ha il suo ruolo. Quando canto questa parte:

Senza esserci discriminazione

si riferisce al fatto che una persona appena entrata nel mondo della Capoeira, non deve essere annullata o messa in disparte da chi ha già più esperienza. Nessuno nasce già sapendo, si impara col tempo, uno con l’altro, nessuno sa tutto della vita, la vita è un’ infinità di apprendimento.

RFB: La Capoeira conosce bene la discriminazione…

VDS: La discriminazione è sempre esistita. Lo scopo di questa musica è di mettere in allerta chiunque abbia questo tipo di ideologia di non farlo, di non umiliare chi sta loro attorno. Il fatto che io, per esempio, non sappia jogar bene, cantare bene, o suonare bene, ma magari so come battere le mani, so come aiutarti ad organizzare, io so essere lì presente quando hai bisogno di me, e quindi anch’io so qualcosa. Purtroppo succede che molti non te lo dicono, ma si comportano come se tu non valessi niente e comportarsi così non esiste! Per questo dico:

Nel mondo della Capoeira ognuno ha il suo valore senza esserci discriminazione dimostrando il proprio splendore“.

Infine concludo dicendo che i grandi e i buoni maestri, l’hanno sempre detto: tutto nel mondo è passeggero, lascerai tutto lì, è bene seminare umiltà per far nascere un buon capoeirista, una buona persona nel proprio cuore.

“Lo dicevano i grandi maestri, che la vita è passeggera, bisogna seminare l’umiltà perché nasca un buon capoeirista, Criolo Bamba.”

RFB : E quindi cosa vorresti fare adesso con la musica che stiamo registrando?

VDS: Sinceramente, io non ho nessuna pretesa di diventare famoso, fare soldi. Io vorrei che le canzoni rimanessero esposte perché qualunque capoeirista analizzasse quanto è scritto lì, ciò che viene detto. Sicuramente potrebbe aiutare molte persone a sviluppare qualcosa nella mente. Vorrei che le canzoni del disco restassero lì piantate come un seme, per chi le volesse ascoltare, per chi volesse recepire il messaggio che sto inviando. Mi piacerebbe che la musica potesse aiutare le persone con una mente afflitta a cambiare e migliorare.

L’intervista integrale con sottotitoli in italiano

Ringraziamo quindi Vanderlei per questa chiacchierata, e vi invitiamo ad ascoltare l’intervista integrale e il disco completo sul nostro canale Youtube.

Intervista a Claudio Gucchierato

Proseguiamo la nostra serie di interviste per conoscere meglio gli artisti con cui collaboriamo: oggi presentiamo la storia di Claudio, percussionista veneziano con una lunga esperienza, fondatore con Daniele Galletta dei Freve da Samba e due dischi registrati con noi, Afro Brasil e Canta Topazio.

RFB: Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della musica e quali artisti ti hanno maggiormente ispirato?

CG: Con la musica ho iniziato negli anni ’80, ascoltavo molta musica, ma a livello percussivo ho preso come punto di riferimento un musicista napoletano, Tony Cercola, che all’epoca suonava con Edoardo Bennato.

In questa stanza è stato registrato il disco Afro Brasil

RFB: Il tuo primo strumento sono state le percussioni?

CG: Ho iniziato a circa 15 anni con le tastiere, facevo le prime note, poi nei primi anni ’80 ho iniziato con le percussioni ed ho seguito dei corsi di Musica Comparata presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Si studiava musica Indiana, Vietnamita, e molto altro; ma ciò che più mi ha spinto a “battere sui tamburi”, è stato appunto Tony Cercola: ricordo che vidi un suo concerto in campo S. Polo con Edoardo Bennato, suonava i primi bongò che si trovavano in circolazione, quelli marocchini fatti in terracotta. Mi colpì perché suonava questi tamburelli con due lattine del caffè attaccate con lo scotch, ma pur avendo uno strumento “povero”, aveva un buon suono, tanto è vero che i primi dischi di Bennato sono stati registrati così, da questo percussionista particolare.

Poi ho seguito altri percussionisti italiani: Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Karl Potter, che era un percussionista sempre della scena napoletana, e in seguito, verso il 1983 mi sono avvicinato alla musica Brasiliana. Ricordo che comprai i primi dischi a S. Barnaba dove c’era l’unico negozio che vendeva dischi particolari, etnici. Il primo è stato un album di Milton Nascimento, Sentinela. Dopodiché scoprii il grande Nanà Vasconcelos e il berimbau, ma ciò che mi ha fatto appassionare definitivamente è essere stato a Roma, nel 1983, per assistere ad un festival: “Bahia de todos os sambas” dedicato a tutti i musicisti bahiani.

Puntata in omaggio a Nanà Vasconcelos trasmessa da Radio Vanessa

RFB: Raccontaci come hai fatto ad assistere al festival da un punto di vista privilegiato!

Si, è stato molto semplice: all’epoca, nel 1983, eravamo tre amici ed abbiamo fatto la prima trasmissione in assoluto di musica brasiliana a Venezia, non dico dell’Italia, ma di Venezia sono sicuro che è la prima. Era una radio che si trovava a SS. Giovanni e Paolo, si chiamava Radio Antenna Veneta 102 e la trasmissione Canta Brasil. Facendo parte della radio, avevamo un pass, con il quale si poteva, all’epoca, andare a vari concerti, magari domandare qualche accredito, e quando siamo arrivati alla biglietteria del festival siamo stati fortunati perché nonostante Radio Antenna Veneta non fosse una radio famosissima a livello nazionale, comunque ci ha permesso di ricevere non un abbonamento per il festival, ma addirittura un pass per poter entrare liberamente tutti i giorni.

Registrando


Noi tre siamo andati a vedere le prove, passavamo tutto il giorno dentro il Circo Massimo e vedevamo artisti del calibro di Dorival Caymmi, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Naná Vasconcelos, Jorge Ben, Gal Costa, João Gilberto, Moraes Moreira, insomma i più grandi dell’epoca. Poi, dato che questo festival è stato considerato il più importante di musica brasiliana al mondo (senza contare il Brasile, ovviamente), girarono un film che è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, e dato che noi eravamo sempre lì ad assistere, siamo stati anche ripresi!
Dopo questa esperienza incredibile, ho deciso di visitare il Brasile per la prima volta, nel 1984.

RFB: Come nasce il disco Afro Brasil?

CG: Quando, appunto, sono andato in Brasile, ho avuto la fortuna di poter viaggiare parecchio perché all’epoca il cambio era favorevole, e sono rimasto cinque mesi. Sono partito da Fortaleza, nel nord del Brasile, e sono arrivato fino a Santos, percorrendo tutta la costa. Arrivato a Salvador de Bahia, mi sono fermato un mese, poi sono tornato lì l’anno seguente per otto mesi, poi dopo un mese in Italia sono tornato nuovamente, questa volta per un anno e mezzo. Ho avuto la fortuna di partecipare ad un laboratorio che si chiamava Oficina de Investigação Musical, un laboratorio di un musicista famoso, Bira Reis, uno studioso di musica brasiliana, proprio un ricercatore.
Così, stando tanto tempo a Bahia, risulta impossibile non entrare in contatto ed appassionarsi al mondo dell’Afro Brasil, perché lo vivi. Bahia è una città molto viva, molto musicale; per essere una città di due milioni di abitanti, molto piccola rispetto Rio de Janeiro e S. Paolo, l’africanità è molto viva, qui c’è la più grande comunità afro-americana del continente. A Bahia ci sono i migliori bloco-afro del paese: Olodum, Ilê Aiyê, Araketu, Muzenza.

Dimostrazione di Capoeira in spiaggia al Lido di Venezia


Inoltre c’è un’influenza molto forte che è la religione afro-brasiliana, il Candomblé, una religione presente in tutto il Brasile ma nata a Bahia dagli schiavi africani, la cui presenza si sente per le strade, nell’atmosfera.
Essendo un tipo molto curioso, mi sono ritrovato in un terreiro, un luogo dedicato al culto di questa religione, ed ho potuto assistere a delle cerimonie ed ho conosciuto una Baba Orixàs. Grazie a lei, ho conosciuto meglio il mondo del Candomblé, ho partecipato a dei riti, ma, essendo un mondo vastissimo, presto mi sono reso conto che avrei fatto fatica a conoscere tutto, in maniera approfondita.
Qualcosa, però, sono riuscito ad imparare lo stesso, e mi è venuta questa idea di incidere e grazie ad Emiliano Alberti ed alla RedFishBlues sono riuscito a realizzare questo disco.

RFB: Ricordo che avevi un libro con la trascrizione di tutti gli strumenti per eseguire molti ritmi di Candomblé, li stavi studiando e volevi sentire come avrebbero suonato tutti assieme, come si sarebbero incastrati l’uno con l’altro, e lo abbiamo fatto adottando una tecnica che di solito è usata per la musica elettronica: campioni e loop.

CG: Si, avevo trovato questo libro che mi ha molto aiutato, perché i ritmi del Candomblé sono tramandati per via orale, non c’è niente di scritto. Perciò, o partecipi ai riti tutti i giorni, oppure, per fortuna, c’è qualche percussionista che ha trascritto i ritmi, e così grazie a loro ho potuto impararli e realizzare il disco, Afro Samba.

RFB: Produrre il disco è stato interessante perché il risultato è un mix tra Candomblé e musica elettronica

CG: Esattamente, ma questo mix già esisteva, ci sono già state delle fusioni, per esempio il Candomblé ha rivoluzionato la tecnica di suonare il pandeiro. Un pandeirista famoso, Marcos Suzano, è riuscito a portare nel pandeiro la tecnica degli Atabaque, cambiando per sempre l’evoluzione dello strumento.

RFB: Come sei entrato nel mondo della Capoeira?

CG: Sempre quando ero a Bahia, luogo di nascita della Capoeira, da dove poi si è diffusa in tutto il Brasile. Come per il Candomblé è impossibile non notarne la presenza nelle strade, nella vita quotidiana.
Ho avuto la fortuna di avvicinarmi perché, tramite la mia compagna, ho conosciuto Mestre Dinho, il fondatore del Grupo Internacional de Capoeira Topazio che è uno dei gruppi più importanti a Bahia.
Sono entrato in questo mondo attraverso la musica, perché non pratico lo sport, ma indirettamente è come se lo facessi, e mi è stato impossibile non venirne coinvolto perché lì dove abitavo, c’era il gruppo di Capoeira che si riuniva al piano superiore.

Essendo appassionato di percussioni, ho provato i vari strumenti ed anche quello che per me sarebbe diventato il più importante, il berimbau, non solo a livello musicale ma anche a livello spirituale. Suonarlo, per me, è una specie di yoga, la ripetizione di un mantra. Uno strumento magico, ma che ancora oggi non è conosciutissimo al di fuori della Capoeira,
Pochi anni fa abbiamo fondato un Grupo di Capoeira Topazio a Venezia, così ho avuto occasione di suonarlo di più, di insegnare a suonarlo agli allievi che vengono in palestra, è diventato parte del mio quotidiano, magari una volta suonavo il berimbau solo ogni tanto, adesso tutti i giorni.

RFB: In cosa credi?

CG: Ultimamente è molto difficile credere a qualcosa. Ma ognuno, comunque, lo fa, e può dare un nome a questo qualcosa: Dio, Oxalà, Maometto. Anch’io credo a qualcosa di superiore, ma non in termini cattolici, è la manifestazione della Natura che mi fa credere così: vedere una tempesta, o un terremoto, mi fa capire quanto siamo piccoli nell’universo.

Intervista a Sara Bruxada

Durante dieci anni di attività abbiamo avuto il piacere di collaborare con vari artisti, molto diversi fra loro ma con il fine comune di esprimere il proprio pensiero musicale attraverso composizioni originali. Con una serie di interviste vi stiamo presentando ad uno ad uno questi artisti. Continuiamo con Sara Bruxada.

Live con i Freve da Samba al Teatro dei Frari

RFB: Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della musica?
SARA: Il primo passo è stato il flauto delle medie. Il mio era in legno per fortuna. Riuscii a trascrivere “The lion sleep tonight” ad orecchio, ma il professore, De Lazzari da Campalto, non mi diede mezza soddisfazione. Chiesi ai miei un sax per colpa di Lisa Simpson e mi regalarono una tastiera Bontempi che mai imparai a suonare. Le mani su un tamburo le ho messe per la prima volta all’ITIS, grazie ad un corso organizzato dal vicepreside su pressione psicologica di me ed un amico. Poi Venezia, con la Banda da rio prima e poi la scoperta della musica brasiliana con i Freve da Samba.
L’Africa però non l’ho mai mollata e mi ha presa per mano con i Mamafolì e l’eclettica Jennifer Cabrera Fernández, la quale mi ha insegnato moltissimo e con la quale oltre ad una buona amicizia ci sono state meravigliose collaborazioni ed esperienze.

con Sir Oliver Skardy

RFB: Chi ti ha ispirato nella tua carriera?
SARA: Carriera? Quale carriera? Considero la musica una cura per me stessa e per gli altri, un cammino. Lungo il cammino mi hanno ispirata e mi ispirano molti musicisti umili ma grandissimi che ho conosciuto negli anni, ma non per il prodotto finale, più che altro per l’approccio. Se invece parliamo di influenze… ho ascoltato talmente tanta musica diversa che non saprei da dove cominciare. Magari un giorno butto fuori un disco dance anni ’90, va saver! Se devo dirne alcune il reggae, l’ hip hop, la musica brasiliana (solo con questa non bastano 10 vite) e latinoamericana, il funk e la musica africana (tradizionale e non). 
Pitura Freska e Freve da Samba mi hanno reso più serena nell’uso del dialetto, mia lingua madre e di mia madre. La prima in assoluto, quella del cuore. Spagnolo e portoghese invece son quelle dell’anima. L’italiano mi impalla, non so ancora bene per quale motivo. 

RFB: Parlaci di com’è nato il tuo primo disco Bruxaria.
SARA: Più che un disco, un parto direi. Però xe venio un bel puteo grazie alla collaborazione di moltissimi amici e musicisti conosciuti negli anni. È nato tirando fuori dal cilindro alcune liriche che Daniele Galletta ha sapientemente arrangiato, credo sia partito quando ho sentito l’arrangiamento di Sonho e mi son detta: “Dai, femo!”. È stata una faticaccia autoprodursi, autopromuoversi ma nel mondo attuale funziona così, anche se per come la vedo io sta diventando tutto asettico e sempre più di plastica con l’uso dei social e compagnia.

Assieme a Jennifer Cabrera Fernandez

RFB: Se non avessi fatto la musicista cosa pensi avresti fatto nella vita? 
SARA: Non mi considero una musicista. Il musicista per me è quello che si sveglia la mattina e prende lo strumento, o comunque quotidianamente suona, si esercita e cresce. Io non ho questa dedizione, amo la musica, mi è necessaria, ma non sono una musicista. Quindi probabilmente starei facendo esattamente quello che sto facendo.

RFB: Cosa ti ha fatto orientare verso il mondo dei bambini? Vuoi raccontarci di com’è nato il tuo ultimo progetto “Le avventure di Zè e Pandeiro”?
SARA: Il progetto è nato grazie a Bubi Staffa, mio maestro di pandeiro, che a suo tempo mi disse: “Perché non scrivi un libro per bambini?”. Gli risposi: “Ci posso provare!”. Mai avevo scritto qualcosa per i bimbi, ma sono una delle mie poche speranze a sto mondo! Voglio dire, il futuro è nei loro cuori, perché non fargli un’iniezione di musica, leggende ed incontri volti all’apertura mentale in questi tempi oscuri? Ho scelto il pandeiro perché, come dice Bubi, è uno strumento universatile, che può aprire un sacco di porte, di mondi e di menti (se ben disposte ovviamente!). E da lì la decisione di ambientare i brevi racconti in luoghi differenti di cui però avrei dovuto  poter produrre la musica. Mi sarebbe piaciuto ambientarne uno in Giappone ma dove lo trovavo uno che suona il kodo nei dintorni? 

Nasce come libro, illustrato da Daria Tommasi, a cui le musiche sarebbero state associate tramite codice QR. Poi durante il delirio della quarantena ho pensato di farlo animare e  Caterina Zampedri ha svolto un lavoro eccellente. Abbiamo in programma altri progetti, ma… portate pazienza che ghe xe più giorni che luganeghe. Anche in questo caso è tutto autoprodotto, la voce narrante l’ho registrata nel vecchio forno di verniciatura di mio padre perché abitando ora davanti ad una provinciale dove corrono come pazzi, è l’unica maniera per non sentire camion, bus e mezzi vari ed eventuali come sottofondo. Le musiche sono per la maggior parte autoprodotte, a parte la traccia del Capitolo 3 gentilmente concessa da Fabio Lazzarin, e parte di quella del Capitolo 5, concessa da Arturo Ramón

Ormai siamo all’ultimo episodio, non perdetelo mi raccomando!

RFB: In cosa credi?
SARA: “Credevo xe da mona” (Nono Maam cit.). Ho riflettuto molto su questa perla del mio caro amico Nono (Nicola Lenzi ndr) ed ha ragione. Credere di questi tempi conviene ancora meno, è un verbo pericoloso. I fatti dicono molte cose, poi ognuno le interpreti come vuole, ad esempio come ho fatto io con questa domanda.

Bene, dopo questa piacevole chiacchierata, ringraziamo Sara per averci raccontato la sua storia nella musica e aspettiamo con curiosità i suoi prossimi lavori. Ringraziamo voi lettori per averci seguito in questo breve viaggio attraverso le parole di un’artista davvero speciale e vi rimandiamo alla prossima intervista che uscirà…

I Anguelanti, nuovo singolo dei Freve da Samba.

In occasione dell’uscita del nuovo singolo dei Freve da Samba, ecco a voi una intervista di approfondimento a Daniele Galletta ricca di aneddoti e curiosità. Al seguente link si può scaricare l’mp3, l’immagine di copertina, il testo e i credits: bit.ly/2CkGuvm

RFB: I Freve da Samba sono tra gli ormai pochissimi gruppi che propone testi in veneziano. Raccontaci un po’ di più. 
DANIELE: Il progetto Freve da Samba fonde, principalmente, la cultura musicale brasiliana a quella veneziana. Non è un progetto nato per caso, bensì è il risultato di un lungo e continuo lavoro di ricerca, studio ed approfondimento.
Il repertorio è composto da brani originali ma il nuovo singolo è un riarrangiamento nel nostro stile di una canzone tradizionale veneziana. 

Il singolo

RFB: Perché la scelta questa volta è ricaduta proprio su questa canzone?
DANIELE: Scelta dettata dall’amore che abbiamo per la nostra città. Dopo 15 anni di attività ci sembrava doveroso dedicarle un pensiero. È un omaggio a Venezia ed al lavoro del pescatore che purtroppo sta scomparendo velocemente. 

RFB: Come siete venuti a conoscenza del brano? 
DANIELE: Ho conosciuto questa canzone molti anni fa, grazie a Stefano Scutari.

Scutari è un musicista veneziano che ha svolto una grande operazione di ricerca sulla canzone lagunare. Nel 2000 ha registrato quattro cd antologici dal titolo “Storia della canzone veneziana dal 1400 ai giorni nostri”. Un documento storico a tutela del patrimonio culturale veneziano, prodotto con la Regione del Veneto e Ateneo Veneto.
Questo progetto mi ha conquistato ed è cominciata una collaborazione con lui.
Insieme abbiamo registrato due album di canzoni veneziane: “Navigar in Laguna – ballate e barcarole” e “Note in Canal”, entrambi nel 2005. Inoltre abbiamo fatto numerosi concerti, presentando questo repertorio tradizionale anche all’estero.
Fra le tante canzoni veneziane popolari “I anguelanti” toccò qualche corda particolare e ciò mi spinse a proporla anche al gruppo Freve da Samba per inserirla nel repertorio. La nostra idea è quella di rendere attuale qualcosa di antico per farlo conoscere alle nuove generazioni.

RFB: Data la tua profonda conoscenza sulla canzone legata alla tradizione veneziana, puoi svelarci qualche curiosità in più a proposito di questa composizione? 
DANIELE:I anguelanti” è un canto di lavoro legato alla pesca e fa parte di una serie di canti che si tramandavano oralmente nel territorio lagunare . 
Attualmente conosciuto come Tiorte i remi e voga”, il brano è stato riscoperto grazie al lavoro di ricerca fatto a Venezia e dintorni da un gruppo di amici musicisti che, negli anni ’60, hanno raccolto su nastro le vecchie melodie che gli anziani ancora ricordavano.
Di questo gruppo facevano parte Luisa Ronchini e Gualtiero Bertelli, fondatori del “Canzoniere Popolare Veneto”.
I primi appunti sulla melodia di questo canto sono stati raccolti a Chioggia da Mario Isnenghi e Gualtiero Bertelli e la prima registrazione si trova sul disco “Addio Venezia Addio” (1968) col nome “Canto di pesca”. 

Se Tanta, nuova collaborazione Galletta – Versolato

Aver un cuor grando dele volte pesa

ma xe la miglior arma de ataco o difesa

– Sara Versolato

Daniele Galletta, cantautore veneziano e fondatore del gruppo Freve da Samba, ha pubblicato un video sul proprio canale Youtube con una sua nuova, piacevolissima composizione inedita: Se Tanta.
Il testo è una poesia che Sara Versolato ha dedicato al proprio padre, e che Daniele ha musicato.

DANIELE: Innanzitutto un saluto agli amici che ci leggono e un ringraziamento alla RFB per questo spazio.

RFB: Come mai hai scelto questa poesia? Cosa ti ha colpito di più?
DANIELE: Non sono io che ho scelto questa poesia ma è questa poesia che ha scelto me. La forza e la profondità del messaggio sono state seduttive. Mi hanno colpito: l’amore incondizionato che emerge fra le parole del testo, l’intimità genitore/figlio che rende immensa la Creazione e che ha ispirato questa poesia e la semplicità con cui Sara è riuscita a descrivere tale intimità. Solo persone speciali riescono a rendere semplici argomenti così sottili.

Padre e figlia

Proprio questa semplicità descrittiva fa sì che chiunque, interprete o ascoltatore che sia, possa adottare questa poesia e farla propria. L’effetto che sento mentre canto queste parole è paragonabile ad un viaggio in una dimensione superiore, che nessuno conosce ma che tutti noi, nel profondo, percepiamo.

RFB: Non è la prima volta che decidi di aggiungere la tua musica alle parole di Sara: come è nata questa collaborazione?
DANIELE: Prima di tutto è nata un’amicizia animica, dopodiché abbiamo cominciato a suonare insieme e solo in seguito ho scoperto il suo talento nel descrivere, sotto forma di testo, pensieri, emozioni, situazioni di vita quotidiana ecc…
Un giorno, mentre stavamo facendo le prove dello spettacolo “Gente de mar” dei Freve da Samba, mi ha fatto leggere un testo che aveva scritto, dedicato ad un suo amico. Mi è subito piaciuto e le ho chiesto se le avrebbe fatto piacere che io lo musicassi. Lei ha acconsentito felicemente e così, dopo un po’ di tempo, è nata Baian nostran; la nostra prima “figlia”.

Da lì a poco è cominciata questa collaborazione compositiva che ha dato alla luce varie canzoni, tra le quali, appunto, Se tanta. Devo dire che adoro il suo modo di scrivere!

RFB: È difficile trovare una melodia, un giro armonico, partendo da una poesia? O con i suoi testi ti trovi meglio?
DANIELE: Non si tratta di difficoltà ma di ispirazione, intuizione e cuore. Seguire sempre ciò che il cuore detta. Non esistono regole o tecniche particolari per creare musica. Ogni compositore ha un suo proprio metodo o, addirittura, più metodi per comporre. Questo vale tanto per la parte musicale quanto per quella letteraria. Per quanto mi riguarda dipende dal momento, dal testo, dall’estro, dallo stato d’animo e da altri fattori. A volte riesco a comporre una musica senza tante difficoltà e in breve tempo, altre volte possono passare anche anni prima di finire una canzone. Bisogna lasciarsi “corteggiare” dall’intuizione musicale e non sempre è lì che ci chiama e aspetta. Possono passare anni senza scrivere nulla e poi in un mese fioriscono tante idee. Ripeto, non ci sono regole fisse! È per questo che mi piace.
Il processo creativo sopra i testi di Sara, di solito, mi viene abbastanza fluido e in tempi non troppo lunghi, con alcune rare eccezioni. Leggo la poesia, nasce l’idea, che fisso registrandola e poi la elaboro, cercando di lasciar esprimere al massimo il cuore.
Nel caso di Se tanta l’idea di base è nata nel dicembre 2017, poi è rimasta ferma lì fino ad aprile 2020, quando, finalmente, l’ho ripresa, perfezionata e conclusa. Questa è stata una di quelle rare eccezioni a cui accennavo prima.

DANIELE: Mi piacerebbe sentire anche altri musicisti creare qualcosa di personale con i testi di Sara e, anzi, colgo l’occasione per invitarli a farlo; perché secondo me ne vale davvero la pena. Aggiungo, inoltre, che lei è talentosa  anche nel comporre musica, vedi Do acordi, El sistema, La vision del Leon e altre sue canzoni, che si possono ascoltare e acquistare in tutti i principali negozi digitali in rete.

7 vidas, el nuevo disco de beto lobo

7 Vidas, el último disco de Beto Lobo, acaba de salir en todas las tiendas virtuales. Un trabajo muy interesante, con lo cual el cantautor Potosino quiere hacer homenaje a 7 personas, una por cada canción, que tuvieron un rol fundamental en su vida.

Beto tiene una conexión fuerte con RedFishBlues, de hecho en 2012 grabamos juntos un demo, “Donde nacen los sueños“, el cual fue hecho en home recording, que después sirvió para dar un empujón a su carrera de músico; primero con Catrina, una banda de rock, y después como cantautor solista.

RFB: Beto, cuéntanos ¿quienes son éstas 7 personas y cuál fue el rol que tuvieron en tu trayectoria artística?
BETO: Yo siempre escribo de manera personal, escribo pensando en mis historias, o en las historias de mis amigos. Este disco lo quise dedicar a personas muy importantes para mí que me han ayudado a crecer.
La primera canción se la escribí a mi abuelita y a su casa que tenía un jardín enorme donde jugaba de niño (Tu jardín), ella me crió en mis primeros años de mi vida. Después una canción sobre mi abuelo (Los zapatos del abuelo), que un día me regaló algo de ropa que tenía sin usar, y entre ella estaban unos zapatos en los cuales me inspiré para hacer un homenaje a sus enseñanzas.

Beto y su abuelo

BETO: Las otras canciones son dedicadas a mi suegro, porqué ha sido muy cariñoso y me adoptó como parte de la familia (Blues de mi Viejo), El Gato habla de cuando me hice solista y no tenía banda y me fui a tocar a las calles y a pedir trabajo en bares, restaurantes, y el primero que me abrió las puertas fue un señor que tenía un restaurante-café que se llama El Gato Café y el fue la primera persona que creyó en mí y me dió la oportunidad de hacer mis exhibiciones.
El blues eléctrico es dedicado a mi amigo Beto Fierro, él también es cantautor, y desde que lo conozco siempre me ha motivado a componer lo mío porqué el está totalmente a favor de la música original y nunca lo verás tocar covers. La que sigue es Don Inventor, esa se la escribí a mi cuñado, y a pesar de que yo no lo conocí, sé que él es una figura muy importante para mi esposa porqué siempre la cuidó y se querían muchísimo. Y por último la de Elizeé, pues es la de mi esposa, y como creemos en las vidas pasadas, traté de hacer la historia de que nos conocímos desde haces muchas vidas y tardamos para reincontrarnos, y al final ya estamos juntos.

RFB: ¿Que fue lo que mas aprendiste de las personas que acabas de mencionar, y cómo has podido poner en práctica lo que aprendiste de ellos?
BETO: Aprendí que cada momento, cada etapa nos deja un aprendizaje valioso para la vida para seguir creciendo como ser humano, y te hace ir comprendiendo que debemos de agradecer cada experiencia por buena o mala que lo sea. Tú decides si quieres aprender de ella o reprochar el resto de tu vida, el crecer es decisión de uno. Es ahí cuando te das cuenta que lo mínimo que puedes hacer es realizar un homenaje a estas personas o experiencias que te ayudan a crecer, compartirlo al mundo para que valoren lo que tienen y lo que viven. La vida esta hecha de experiencias, y les comparto un poco de la mía.

Entonces, muchas gracias para compartirnos tus experiencias, y hasta la próxima!